venerdì 23 gennaio 2015

AMERICANAH


Sono felice di aver iniziato il nuovo anno da lettrice con "Americanah", un bel romanzo scritto da una donna nigeriana che tratta principalmente la questione razziale o meglio la questione dei neri nella società americana moderna.
Ammetto che il tema della razza, se così si può definire senza suscitare facili retoriche sul termine "razza", non mi ha mai interessato particolarmente ed è per questo che ho tentennato a comprare un libro che parla proprio di quest'argomento. Il secondo motivo per cui poi non l'ho comprato subito è che tendo a non fidarmi molto di romanzi acclamati da quotidiani e riviste perché di solito mi deludono e sento di aver buttato via tempo e denaro.
Ma perché il libro è interessante? Intanto è scritto bene e questa mi pare già una sufficiente motivazione. E poi perché mi ha aperto ad un mondo nuovo quello cioè delle reali differenze che ancora oggi esistono tra neri e bianchi ma non solo. Eh si scrivo non solo perché, e qui sta l'aspetto davvero interessante, la scrittrice descrive uno spaccato della società americana dove esistono i neri americani e i neri africani (in quest'ultimo caso con ulteriori sottogruppi) che sono recepiti come due entità (entità sarà corretto?) diverse, ponendo in luce acutamente le difficoltà di un nero africano che decide di trasferirsi in America per poter studiare o lavorare. Difficoltà legate non solo alle borse di studio, al lavoro sotto falso nome, ai visti e ai permessi che scadono ma anche alle enormi discriminazioni relative al colore della pelle. Discriminazioni sottili, vedi i giornali con modelle solo bianche che forniscono consigli per trucchi e capelli per donne bianche, ma molto gravi per la società in cui viviamo oggi. Voi per esempio avete mai letto una rivista dove si promuove un fondotinta per donne di un colore della pelle diverso dal bianco? Avete mai letto un articolo dove si consiglia come curare i capelli crespi delle donne nere? Eppure siamo nel mondo. Non sono forme di discriminazione queste?
Ricordo che in America la questione razziale non si è ancora risolta come ci dimostrano i recenti fatti di cronaca e mi piace anche ricordare che solo negli anni Sessanta (e quindi solo cinquant'anni fa), grazie ai movimenti sui diritti civili, fu approvata una legge contro la segregazione razziale in merito a istruzione, lavoro e possibilità di voto. E sto parlando non dell'Ottocento ma del 1964 (e noi qui a farci i selfie). E sto parlando di Kennedy e Martin Luther King (e noi qui a farci i selfie parte seconda). 
Quando fu eletto Obama ero felice per quello che poteva significare per tutti gli uomini non bianchi un presidente nero alla guida degli Stati Uniti d'America tuttavia mi rendo conto solo ora di quanto il mio pensiero sia stato banale e superficiale. Io non sapevo nulla e forse ancora non comprendo pienamente la portata di quella conquista e di quanto ancora la strada sia lunga  per il riconoscimento dei diritti civili di ogni singola persona anche in paesi considerati moderni. Ma moderni rispetto a cosa? Rispetto a chi?
Penso ai recenti fatti accaduti in Francia e ai commenti relativi agli attentatori: "erano [neri] francesi!" Ahia. La geografia umana che si usa per giustificare i buoni dai cattivi ci ha tradito! Adesso dobbiamo aver paura di tutti. Ma anche questa non è una forma di discriminazione civile e sociale?
Il libro non l'ho ancora terminato (mi mancano un centinaio di pagine) ma non ho bisogno di concluderlo né di raccontare la trama per consigliarlo a tutti coloro che vogliono leggere un romanzo di una donna, di una storia d'amore, ma soprattutto di una storia strettamente legata ai diritti civili che sembrano alla portata di tutti ma che, purtroppo, non lo sono nella realtà. 
La storia della vera uguaglianza è ancora da scrivere.


mercoledì 7 gennaio 2015

Joan Didion per Céline

La casa francese Cèline ha scelto per la nuova campagna della primavera 2015 una delle più grandi giornaliste e scrittrici viventi: Joan Didion.
Con i tempi che corrono intervallati da diete, fitness e selfie dove siamo tutti belli perchè estremamanete ritoccati e dove l'apparenza conta senza la sostanza Céline punta su un volto certamente non giovane. Operazione di marketing con lieve puzza sotto il naso?
Fatto sta che la scelta non è caduta su una donna qualsiasi e sono in molti a parlarne (vedi articoli di Vogue e del Guardian). Il segnale è: siamo bravi, siamo chic, siamo minimal, scegliamo un'ottantenne, scegliamo un'intellettuale del nostro tempo e per di più donna. E che intellettuale!
La campagna pubblicitaria esce dallo stereotipo della bella-giovane-coscia lunga quindi un grande plauso a Cèline anche per essere così consapevolmente e intrinsecamente snob (ADORO GLI SNOB MA SOLO QUELLI VERI) tuttavia l'ottantenne, come mostra l'immagine, è eccessivamente magra. 
E qui Céline mi cade sul clichè. Ma forse Didion nella foto più che essere se stessa rimanda a quello che rappresenta e che dovrebbe rappresentare per le donne di questi strani tempi moderni ovvero che un po' di sostanza non guasta. 
Magari ad ottantanni potreste diventare le protagoniste di una campagna pubblicitaria proprio come lei.
Ma non credo che questa foto per una scrittrice del suo calibro sia il coronamento della propria carriera.
Cerchiamo il raggiungimento della perfezione proseguendo costantemente nella direzione sbagliata.
Il tempo dedicato ai selfie è tempo perso.
Riflettete gente, riflettete.



lunedì 5 gennaio 2015

The New Yorker

Per la prima volta nella mia vita ho avuto il piacere di sfogliare la rivista per eccellenza, il New Yorker, e ho potuto farlo in un ristorante fiorentino (recensito dal settimanale).
Che bellezza!


Quando l'arte è di tendenza

Ieri pomeriggio a Firenze sono andata a vedere la mostra a Palazzo Strozzi dedicata a Pablo Picasso e all'influenza che la sua arte ha avuto sugli artisti spagnoli. All'interno dell'allestimento sono presenti molte opere eseguite da artisti da me (purtroppo) sconosciuti ed una tra le tante mi ha colpito maggiormente. Si tratta di un dipinto di  José Gutiérrez Solana intitolata Clowns del 1920.
Il motivo di tanta attenzione riguarda le figure rappresentate ed in particolare gli abiti che mi hanno ricordato lo stile delle collezioni di Dolce & Gabbana. 
Quando la moda imita l'arte... 





venerdì 19 settembre 2014

ANNIVERSARIO VOGUE


La rivista Vogue compie mezzo secolo. Per celebrare l'anniversario Franca Sozzani, direttrice dal 1988 (largo ai giovani come direbbe qualcuno), ha ideato un numero speciale della rivista. Ma perché compro Vogue? In realtà non è uno dei miei giornali preferiti. Pochi sono gli articoli interessanti e i servizi di moda presentano abiti dai prezzi irraggiungibili per la maggior parte delle donne. Aggiungo inoltre che non amo particolarmente l'uso continuo dei termini inglesi che sono inseriti un po' ovunque quando invece potrebbero essere sostituiti da vocaboli italiani decisamente più calzanti. Ma poi siamo in Italia, no? Considero questa idea peregrina di mischiare ossessivamente termini di diverse lingue una tendenza finto cosmopolita che banalizza qualsiasi articolo.
Comunque, al di là delle mie critiche, tutti gli esperti del settore dicono che è la rivista di moda per eccellenza, la fucina da cui escono le vere tendenze, il tribunale che decreta cosa vale la pena indossare (attinente sempre ad un livello di ricchezza medio-alta), la macchina infernale che fiuta lo stile di una stagione. Questo è il motivo principale per cui ancora lo compro ma mi rammarico sempre che, oltre a sfogliarlo, raramente trovo spunti interessanti. 
M. Berenson
In questo numero di settembre un ampio spazio (oltre alle innumerevoli pubblicità) è dedicato a quelle che sono state le protagoniste delle tendenze di questi ultimi anni. Brevi articoli di una pagina corredati da foto di servizi pubblicati in precedenza dalla rivista. Poche sono le donne italiane purtroppo e poche sono le figure letterarie. Io stessa sono rimasta colpita da alcuni profili di figure femminili, tutte straniere chiaramente: Fran Lebowitz, opinionista americana famosa per il suo stile, Grace Coddington, grande protagonista della moda dai lunghi capelli rossi, Marisa Berenson, modella figlia del grande storico dell'arte e infine Sarah Jessica Parker, la donna che più di tutte con la sua Carrie ha incarnato un nuovo modo di affrontare la vita, l'amicizia, i sentimenti diventando un fenomeno sociale in tutto il mondo. Senza parlare poi del suo stile personale copiato e ammirato da molte generazioni di trentenni. In realtà l'articolo dedicatole mi è piaciuto per l'incipit: 
"C'è voluta lei per sdoganare definitivamente il reggiseno nero bene in vista sotto un vestito color pastello con scollatura sulla schiena: sarah Jessica Parker ha trasformato l'inaudito fashion faux pas in un elemento di stile. Anzi, per restare in tema di capi intimi, in tutte e sei le stagioni di Sex and the City, l'attrice non ha mai tolto la lingerie nemmeno quando era a letto (sola o in dolce compagnia di Mr. Big): ironico che la sua Carrie Bradshaw, eroina della serie più sfacciatamente esplicita del secolo scorso, non abbia mai esibito la propria nudità."
Ecco io sono a favore del reggiseno con spalline bene in vista e scoordinato all'abito purché lo si sappia indossare, dosare nella misura giusta e senza esagerazioni. Una modalità da centellinare e una valida alternativa alle terribili spalline di plastica trasparente che spesso vedo in giro anzi che ancora purtroppo sono costretta a vedere in giro.

Una seconda parte dela rivista è dedicata invece ai fotografi che hanno contribuito con il loro lavoro a rendere grande questo giornale immortalando modelle che poi sono diventate muse ispiriatrici di tanti stilisti e successivamente icone di stile.
Inoltre Vogue aprirà il suo archivio fotografico in forma digitale e questo mi pare un avvenimento molto interessante. Tutti potranno accedere alle immagini della rivista e così si potrà consultare l'archivio per indagare i vari fenomeni di costume che si sono succeduti nel tempo e farsi anche un'idea di quello che è stata la vera storia della rivista e trovare qualche spunto interessante su cui riflettere. Come dice Franca Sozzani: "L'archivio di Vogue Italia offrirà soprattutto ai giovani la possibilità di percorrere la storia della moda in modo rapido e del tutto personalizzabile. Di facile consultazione, l'archivio contribuirà a formare la capacità critica di ciascuno, già così diffusa nelle arti, nella musica e nel cinema, anche nel mondo della moda."
Capisco che Vogue non è una rivista per tutte le tasche e per tutte le menti e sono convinta che forse le donne di oggi non siano più in cerca dell'irraggiungibile rappresentato così bene dalle pagine della rivista ma penso che sia comunque un punto di vista con cui confrontarsi almeno un paio di volte nella vita.
Dico un paio perchè una seconda possibilità va sempre concessa.
E come dice Fran Lebowitz  "lo stile è una cosa rara, quindi balza subito agli occhi".
Occhi aperti dunque in questo deserto dei tartari. 

 

venerdì 13 giugno 2014

L'insostenibile necessità di avere un pesce rosso nella borsa


Ci mancavano solo i pesci, non oso immaginare cosa ne penseranno gli animalisti...
comunque se siete interessate è una borsa (pare molto famosa) di Cassandra Verity Green...



mercoledì 28 maggio 2014

Il cardellino


"E sento di avere qualcosa di molto serio e urgente da dirti, mio inesistente lettore, e sento che devo dirtelo immeditamente, come se ci trovassimo nella stessa stanza. Che la vita - qualunque cosa sia - è breve. Che il destino è crudele ma forse non casuale. Che la Natura (intesa come Morte) vince sempre, ma questo non significa che dobbiamo inchinarci e prostrarci al suo cospetto. Che forse anche se non siamo sempre contenti di essere qui, è nostro compito immergerci comunque: entrarci, attraversare questa fogna, con gli occhi e il cuore ben aperti.  E nel pieno del nostro morire, mentre ci eleviamo al di sopra dell'organico solo per tornare vergognosamente a sprofondarci, è un onore e un privilegio amare ciò che la Morte non tocca."

Questo è un libro superbo, di una bellezza assoluta.
Un libro che non hai nessuna voglia di lasciarti alle spalle.
Un libro che ti svuota riempiendoti della 'sua' vita che diviene inesorabilmente la tua.
E quando questo accade percepisci consapevolmente (e felicemente) di aver ricevuto un dono, un privilegio perchè hai avuto tra le mani, nella mente e nel cuore un capolavoro.
Theo Decker ti porterò sempre con me.



...e Popchik l'ho immaginato così...





venerdì 11 aprile 2014

Neroli Portofino


Per quest'estate non ho esitazione su quale profumo scegliere perchè ho individuato il migliore:
NEROLI PORTOFINO di TOM FORD.
Colonia fresca unisex buona (forse) per l'uomo ma incredibilmente adatta (soprattutto) per la donna:  
“Il bouquet di Neroli Portofino ha un sentore frizzante, effervescente, emanato dagli oli di agrumi, da note floreali e da uno sfondo d’ambra. L’aroma è interamente preservato con intensità in ciascun prodotto per il corpo della collezione bagno
Il buon vecchio Tom, molto amato dagli addetti ai lavori che lo considerano un vero proprio guru, ha fatto venire alla luce un prodotto eccezionale.
Certo è decisamente costoso. Ma si sa parlare di soldi è volgare, Tom non gradirebbe.
Provare e semmai farsi regalare lanciando segnali IMPORTANTI.


martedì 8 aprile 2014

ALLA RICERCA DEL NERO PERDUTO

Spolverino in seta Giada, t-shirt in jersey con cristalli N 21, pantaloni in popeline di cotone Cedric Charlier
  
Cappottino in duchesse con piume e rafia e camicia in cotone Moncler Gamme Rouge, pantaloni in nappa DROMe
Soprabito e pantaloni in neoprene Emporio Armani, pull in cotone Sansovino 6
Blaser in cady stretch Seventy, top e pantaloni in seta Paul Smith

Blusa in georgette di lana e cintura in pelle Hermès

mercoledì 19 febbraio 2014

Un viaggio chiamato vita



Sto leggendo un libro di Banana Yoshimoto intitolato Un viaggio chiamato vita. Si tratta di una serie di appunti dove la scrittrice compie principalmente riflessioni sui suoi viaggi e su Tokyo. I libri della Yoshimoto mi hanno accompagnato negli anni dell'adolescenza e poi, con il tempo, ho abbandonato il suo stile semplice per dedicarmi ad altre letture ma lo ricordo sempre con grande piacere. Il libro, preso in prestito (come se già ne avessi pochi da leggere a casa), offre spunti molto interessanti ma il punto cardine è la sua scrittura che incoraggia la riflessione e ti conduce in una sorta di dimensione di tranquillità.
Lo ripeto SONO MOMENTI DIFFICILI e quindi, vista anche la mia grande capacità di autoimmedesimazione, una scrittura che calma potrebbe essere un'arma vincente. 
Intanto nel suo libro Yoshimoto racconta che parla con le piante per farle fiorire. Una roba curiosa. Non avevo mai pensato che effettivamente le piante sono esseri viventi.  Io ho una pianta in casa, regalo delle sorelle di Ago, di cui non mi curo molto se non per dargli l'acqua ogni tanto quando vedo proprio che le foglie toccano in terra. D'ora in poi mi dedicherò a quest'essere vivente di cui ho quasi dimenticato l'esistenza. Non so se ci parlerò per farla fiorire ma mi riprometto di considerarla come parte integrante della casa.
Altro segnale che conferma la mia simpatia nei confronti della scrittrice giapponese ho potuto constatarlo nella sua passione per gli animali come si evince in alcune pagine del libro dove scrive a proposito del rapporto con il suo cane. Tra i due ci deve essere stato un legame profondo e leale. C'è un piccolo capitolo dedicato al momento in cui il suo cane si ammala e la scrittrice si rende conto che non avrebbe potuto salvarlo. Quelle pagine mi hanno commossa. Io ho avuto un gatto, Chicca, che ha vissuto con la mia famiglia per quasi diciassette anni. Immaginate che con questo animale sono praticamente cresciuta perchè quando l'abbiamo presa in casa avevo nove anni. Mi ricordo benissimo il giorno in cui è morta e tutta la sofferenza che provai in quei momenti. Anche l'anno precedente la sua morte si ammalò e non dimenticherò mai quando mi accorsi che non stava bene e la paura che ebbi di perderla. Mi occupai di lei il più possibile, ricordo che le davo gli omogenizzati per farla mangiare e quando si riprese aveva l'abitudine di prendere da sola l'omogenizzato dal barattolo aiutandosi con la zampa. E questo mi fece pensare che avevo un gatto estememamente intelligente. In quell'ultimo anno della nostra vita insieme credo mi sia stata riconoscente per le attenzioni che le avevo dato in quel periodo di malattia e questo ha rafforzato il nostro legame tanto che non passava un pranzo o una cena senza che non mangiassi con lei sulle gambe. Ho amato molto questo gatto che aveva un bel caratterino ma è stata una sorta di sorella che non ho mai avuto e di questo le sarò sempre riconoscente. Ho sempre pensato che l'affetto che ho ricevuto e che ricevo dagli animali sia un nutrimento per me e ringrazio chi me lo ha insegnato perchè ho la consapevolezza e la gioia di godere di un privilegio sconosciuto a tante persone.
Ma ritorniamo al libro. Quello che mi interessa soprattutto condividere con coloro che leggeranno questo post sono due riflessioni che si trovano circa a metà libro e che vi riporto di seguito:
"Proviamo a trascorrere del tempo con gli amici o con la nostra famiglia, semplicemente, ripensando alle cose che abbiamo visto durante la giornata, raccontandocele. Lavoriamo il minimo indispensabile, concediamoci qualche errore, e se qualche volta otteniamo dei buoni risultati consideriamoli come il nostro piccolo motivo di orgoglio. Cerchiamo di ridurre il tempo passato a guardare cose che non vogliamo guardare e a fare le cose che preferiremmo non fare. Limitiamo le ore trascorse inutilmente. Però smettiamola di affannarci per diventare qualcuno a tutti i costi, per prendere iniziative, non ce n’è bisogno. Rallentiamo il ritmo, e prima di addormentarci ripensiamo a ognuna delle cose che abbiamo fatto. Sentiamoci grati per aver trascorso una giornata in salute, per la pace, per avere una famiglia, semplicemente. Ascoltiamo il nostro cuore. Il nostro tempo appartiene soltanto a noi e così pure il nostro corpo. Ognuno di noi ha un modo soltanto suo di agire, diverso da tutti gli altri. Ricordiamocene."
Ecco questa riflessione possiamo ritrovarla ovunque e magari, riformulata con parole e stile diversi, l'abbiamo letta mille volte ma credo sia necessario ribadire il concetto. 
La Yoshimoto inoltre  scrive: 
" La chiave di tutto è solo dentro di noi. Ciascuno è il migliore, ed è il più grande amico di se stesso. Oggi questa sensazione si è attenuata, e le persone sono confuse. Sono certa che, se tendiamo l'orecchio ad ascoltare la voce del nostro istinto, ritroveremo noi stessi. E una volta che si sarà verificato questo incontro, ognuno di noi con la sua grande forza illuminerà la vita di ogni giorno, e chi gli sta vicino."
Si arriva ad un'età in cui l'ascolto di se stessi è molto importante e non ci sono consigli di amici e parenti che tengano. Siamo i soli responsabili della nostra vita e le scelte che facciamo hanno delle conseguenze sull'esistenza di ognuno di noi quindi l'ascolto del nostro sentire è necessario. E bisogna farlo. Senza curarci troppo delle opinioni degli altri. Gli amici sono compagni preziosi per il confronto, per la partecipazione e per l'affetto che ricevi e che dai. Ma ognuno deve scegliere secondo i propri bisogni e le proprie sensazioni.
Difficile a farsi ma in Banana I trust.

lunedì 10 febbraio 2014

Vale la pena di scoprire la verità sul caso Harry Quebert?



Perchè dovremmo essere incuriositi dal sapere la verità sul caso Harry Quebert? Io ho appena finito di leggere il libro e ancora me lo sto chiedendo. Ho comprato il romanzo-thriller quest'estate incoraggiata dalle critiche osannanti, dal battage pubblicitario e dai commenti entusiasti di coloro che lo avevano letto. E non è un caso forse che il libro sia rimasto sul mio comodino così a lungo.
La prima regola di un buon lettore è quella di non fidarsi troppo delle recensioni dei giornalisti che incensano un libro che forse hanno letto di straforo, regola che spesso mi scordo di osservare.
Io non l'ho finito in tre giorni come di solito accade per i libri che non mi fanno staccare gli occhi dalle pagine e non l'ho trovato assolutamente travolgente. I motivi? Sono davvero tanti.
La storia ha una trama che potrebbe essere avvincente: siamo in America nel 2008 e uno scrittore in crisi, Marcus Goldman, indaga sul ritrovamento del corpo di una ragazza scomparsa in circostanze misteriose nel 1975. Verrà accusato di omicidio l'amico dello scrittore, Harry Quebert, nel cui giardino sono stati rinvenuti i resti della ragazza. Marcus, convinto dell'innocenza dell'amico, cercherà di far luce sulla vicenda e per trovare la verità sul caso gli ci vorranno ben 775 pagine. Non mi faccio intimorire dai mattoni ma dopo i primi tre capitoli la storia perde di mordente. Un libro con una trama intrigante, se fosse stato davvero una calamita, lo avrei terminato in poco tempo ma non è andata così perché qualcosa proprio non funziona. Innanzitutto i colpi di scena che, se escludo le ultime 30 pagine, non mi hanno lasciato sorpresa e non ho avuto l'impulso di sbrigarmi a leggere per scoprire lo svolgersi della storia nei capitoli successivi. 
Lo stile dello scrittore, per quanto scorrevole, non ha alcuno spessore; i protagonisti della vicenda sono raccontati attraverso il loro passato grazie al quale dovrebbero uscire le loro caratteristiche intrinseche e psicologiche. E invece no, si racconta una storia tuttavia ai personaggi non viene dato un corpo emotivo, una struttura caratteriale e quindi è difficile farsi un'idea generale di ognuno. Paradossalmente si potevano scrivere sempre 775 pagine tagliando alcune parti per approfondirne altre che forse meritavano una maggiore indagine per accrescere l'interesse del lettore.
La storia d'amore intorno alla quale ruota la scomparsa della ragazza è di un clichè abbastanza scontato (oserei dire da romanzo Harmony) e inverosimile: un uomo e una ragazza sulla spiaggia si conoscono sotto la pioggia e si innamorano. Ma quando capita nella vita di stare sotto la pioggia in spiaggia e di incontrare qualcuno di cui ti innamori perdutamente? Mai. Per non parlare poi dei dialoghi tra i due, lì raggiungiamo proprio la fantascienza. Anche il sentimento amoroso, come quello amicale, è trattato con superficialità, pieno di frasi fatte e molto lontano dalla realtà del mondo di oggi. 
Le caratteristiche del thriller sono presenti perché la storia, come dicevo all'inizio, ha una bella trama ma tutte le volte che si giunge a quella che potrebbe essere la conclusione intuisci che non lo sarà perché hai la netta sensazione di essere molto lontano dalla famosa verità e che ancora c'è molto da scoprire. Ma questo non ti lascia incuriosito o rapito. Continui a leggere perché ormai vuoi scoprire chi ha ucciso la giovane ragazza però a volte ti chiedi se è necessario saperlo davvero. Anche i dialoghi lasciano molto a desiderare perché anch'essi banalotti e pieni di orribili punti esclamativi che neanche nella chat con una tua amica useresti. 
Ogni tanto poi l'autore condisce il tutto con una spruzzata (anche questa banale) di attualità come il racconto delle elezioni americane, dettagli assolutamente superflui, che nulla aggiungono alla completezza del testo.
Ho tentato invano, come sempre mi accade, di fare ipotesi sull'assassino ma questo aspetto di solito non mi interessa perché sono la costruzione e il conseguente sviluppo della storia a coinvolgermi, sviluppo che, in questo caso, non si traduce mai in qualcosa di corposo e quindi avvincente. 
Insomma niente di nuovo e di eclatante sotto questo sole.
Qui non siamo di fronte a un caso editoriale e quindi mi domando il motivo di tanto successo. 
Forse perché c'è bisogno di leggerezza? 
Forse perché il linguaggio che piace al lettore di massa corrisponde allo stile di questo libro?
Forse perché sono diventata così cinica che niente più mi sorprende?
Io in queste 775 pagine non ho trovato niente di interessante, niente che mi ha entusiasmato e niente che mi ha fatto riflettere anche se sono convinta che l'idea iniziale, se sviluppata nel modo giusto e con un lavoro di editing decente, avrebbe potuto trasformarlo in un buon romanzo.
Insomma si poteva fare di più. 
Dicono che uno scrittore scriva solo un grande libro nella sua vita e per fortuna Dicker questo non è il tuo caso. 
Ritenta, sarai più fortunato.

PS: Oltre ai punti interrogativi peregrini ho trovato a pagina 400 un refuso all'interno di una frase dove manca la lettera a. Un errore abbastanza grave per una casa editrice come la Bompiani.


venerdì 31 gennaio 2014

Gloria Vanderbilt


Non mi piace sponsorizzare creme perchè non ho la presunzione di conoscerne a fondo proprietà e benefici ma questo prodotto ha un profumo eccezionale.
L'ho sentito per la prima volta alla mia amica Laura e dopo una fase di dubbio (compro o non compro, compro o non compro) alla fine mi sono decisa.
Ma chi è Gloria?
Gloria Vanderbilt è una socialite-attrice-artista-stilista americana che, nel 1982, ha prestato il suo nome alla L'Oreal per la creazione di un brand (odio scrivere parole in inglese, un odio profondo) con la conseguente nascita di otto fragranze e la crema, ma qui vado ad intuito, potrebbe essere figlia di una delle profumazioni.
Ho anche cercato su internet il prodotto per farmi un'idea se fosse ancora in vendita nella grande distribuzione ed ho trovato questo: 

Il Latte Corpo dal profumo femminile e classico.
La composizione apre con leggeri e fresche note di aldeidi, bergamotto, note verdi, neroli e ananas.
Il cuore floreale classico è composto da gelsomino, fiori d'arancio, rosa, tuberosa e ylang-ylang.
La base prettamente orientale include note di cannella, zibetto, muschio, opoponax, vetiver, legno di sandalo e vaniglia.

Ora io non so cosa sia lo ylang-ylang e non capisco neanche come facciano queste 'note profumate' a stare insieme ne come si faccia a distinguerle ma il risultato è sorprendente.
Mi piace perchè sembra provenire da un altro tempo, un profumo d'antan direi. 

Poi nel retro c'è scritto:

Révélez la splendeur qui est en vous.

Dunque provare per rivelare lo splendore.
Ma siamo sicuri che lo splendore debba essere rivelato?
Io credo che faremmo meglio a custodirlo, ammesso che ci sia.



mercoledì 29 gennaio 2014

STONER



Ci sono due motivi sostanzialmente per cui amo un libro: la trama avvincente e la qualità della scrittura.

Queste due caratteristiche non devono per forza essere entrambe presenti all'interno di un romanzo anzi di solito se è forte una manca l'altra o viceversa. Posso dire senza tanti giri di parole che sono pochi gli scrittori che dal mio punto di vista riescono a combinare una buona trama con uno stile di grande qualità.

E Stoner è un libro che mi è piaciuto perchè è scritto bene.

L'ho letto la scorsa estate dietro consiglio di mio cugino Massimiliano, assiduo lettore di romanzi e amante dei libri. In realtà Massimiliano mi aveva suggerito di leggere dello stesso autore Butcher's Crossing ma appena ho saputo che l'argomento principale era la caccia di animali ho lasciato perdere. Non riesco a leggere o vedere animali ammazzati, è più forte di me. Devo ancora leggere un libro di Ammaniti dove so che ad un certo punto viene ucciso un cane quindi figuriamoci la caccia. Ma ero comunque incuriosita da questo John Williams, scrittore texano e insegnante universitario, e quindi ho comprato Stoner. Il romanzo è stato pubblicato in America nel 1965 e poi ripubblicato postumo nel 2004 con un notevole successo di critica. In Italia è edito da Fazi che ha scelto una buona copertina. Sulle copertine dei libri si potrebbe discutere a lungo perchè a volte le case editrici fanno dei danni allucinanti. Ma questa è un'altra storia.

La trama è apparentemente molto semplice: racconta la storia di un uomo che, cresciuto in un ambiente contadino, ottiene una cattedra come insegnante di letteratura inglese, materia per cui ha una vera passione ma una passione dimessa, timida, non manifesta nè presuntuosa. Sposa una donna gracile con cui tenta di avere una storia d'amore ma il suo tentativo è vano. Da questa relazione arida e priva di emozioni nascerà una bambina con cui il protagonista, a causa delle intemperanze della moglie, non riuscirà ad avere un vero rapporto d'amore filiale. La vita di Stoner scorre senza grandi colpi di scena fino a quando si innamora di una sua studentessa. In questa ultima parte del libro succedono vari avvenimenti che sconvolgono la sua vita ma il protagonista rimane fedele a quella modalità di vivere senza eccessi, senza passioni manifeste se non quella per l'unica donna che abbia mai amato.

La lettura scorre veloce perchè davvero di grandissima qualità, quella qualità che si evince dalla profondità con cui l'autore sceglie di dedicarsi all'introspezione del protagonista e nel trasmettere emozioni attraverso le parole. Sembra che apparentemente non accada nulla ma è un po' come dire che quando l'uomo guarda la luna, lo stolto guarda il dito. Perchè in realtà il libro è ricco di avvenimenti che fanno parte dell'emisfero non pratico ma emotivo e riflessivo del protagonista. Attraverso la narrazione noi entriamo dentro l'anima di Stoner e ne scopriamo ogni minima sfumatura finendo per stare dalla sua parte. In questo libro scorre la sua vita, la vita di un uomo normale ma, e qui c'è tutta la bravura dell'autore, è la modalità del vissuto ad entrarci dentro. Nutro una certa ammirazione per tutti quei protagonisti dei libri che rimangono un passo indietro rispetto a prepotenze, che sono profondamente idealisti e che non cercano necessariamente un riscatto sociale. E Stoner è un uomo così. Certo paga un prezzo altissimo per rimanere fedele ai suoi ideali ma sceglie di farlo e questo mi piace.

Tra le tante persone con cui ho parlato di questo libro tutte mi hanno detto che la parte più sensazionale è il finale ma io non sono d'accordo. Le pagine più belle sono quelle dedicate alla sua storia sentimentale con Katherine per cui nutre un amore profondo ma difficile, intenso ma triste. Leggendo hai la consapevolezza che questa passione amorosa non è destinata a durare ma finisci comunque per comprenderne e condividerne le motivazioni.

A proposito di questa parte del romanzo ci sono alcune parti molto intense, due su tutte che riporto:



"A quarantatré anni compiuti, William Stoner apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l'amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un'altra"



"Bisogna innamorarsi, per capire un po' come si è fatti".



Tutto vero.

Siamo quello che amiamo e a volte è l'amore che ci fa capire qualcosa di noi.













martedì 21 gennaio 2014

I SOGNI SONO DESIDERI

Ho sfogliato un po' di giornali e di seguito troverete le mie scelte. Abiti che andrebbero comprati di corsa se ci fosse il dinero. O qualcuno pronto a fare un regalo degno di questo nome. 
Si lanciano segnali? Direi proprio di si.


Abito in pizzo con Swarovski
Dolce & Gabbana


Felpa di seta con farfalle e libellule in tulle
Lanvin


Abito in tulle di seta e frange
Gucci 


Abito in cashmere
Céline




Sono tutti abiti stravisti in molte riviste, uno ha avuto anche un paio di copertine (Gucci) mentre il cashmere di Céline è stato indossato da Anna Dello Russo (direttore di Vogue Giappone) durante la settimana della moda di Milano. 
PS: la mezza maga della moda ha azzeccato l'attribuzione di tutti gli abiti e mi ha segnalato Anna Dello Russo. 
Non si finisce mai di imparare.


lunedì 20 gennaio 2014

Lezioni di pulizia di un monaco buddhista





La scorsa settimana sono stata ospite di un'amica a Siena per un paio di giorni. Non vivo più lì da un po' di mesi e avevo bisogno di un appoggio per questioni lavorative e famigliari. La settimana era iniziata male a causa di una preoccupazione amicale poi risoltasi in modo positivo tuttavia la settimana passata è stata molto interessante perchè il confronto di idee, l'ascolto e lo sfogo sono sempre forieri di una ventata di cambiamento, di ricircolo d'aria, buona o cattiva che sia. Tanto per cominciare ho capito che ci sono tre atteggiamenti che proprio non sopporto:

1- non sopporto chi fa battute continuamente in contesti non appropriati, quando non è il caso, quando l'argomento è serio. Poi casualmente coloro che esercitano la pratica della simpatia a tutti i costi non capiscono mai l'umorismo degli altri. Fatevi una domanda e datevi una risposta.

2- non sopporto quelle donne che divenute mamme parlano e scrivono solo dei propri figli. Avete notato che quando siete al cospetto di una madre nella maggior parte dei casi si finisce sempre di parlare di quello che fa suo figlio? Oppure quando parlate con una mamma con figlio al seguito c'è sempre un momento in cui, senza motivo, la mamma sente il bisogno di chiamare il figlio interrompendo inspiegabilmente la conversazione? Ecco io questa la trovo una roba assurda. Ok, io non ho figli e quindi non posso capire e  si, sono una donna cinica insomma accusatemi di qualsiasi nefandezza ma proprio non vi capisco. Anzi non vi sopporto. Io quando parlo con una mamma, parlo prima di tutto con una donna e non con la sua progenie. E non voglio neanche approfondire le mamme di Facebook: "oggi XXX ha mosso il braccio a destra", "mia figlia ha fatto la pipì in faccia al pediatra", "XXXX ha sbattuto le palpebre una volta in più di ieri". Per non discutere delle varie pubblicazioni di foto di figli appena nati. Ma almeno in quel momento non potete essere riservate? Non so se diventerò mamma ma se dovessero essere questi i risultati spero che le mie amiche mi diano un colpo in testa.

3- ultimo: non sopporto chi per i compleanni scrive come messaggio di auguri "AUG". Ma che vuol dire? Ma che lo scrivete a fare? 

Ecco mi sono sfogata, ora le mamme mi odieranno e me ne farò una ragione però riflettete che se avete deciso di mettere al mondo un figlio questo non significa che dovete invadermi della sua presenza....poi non siete tutte così eh!
Comunque dopo questi anatemi andiamo avanti. Nel mio soggiorno senese, oltre al fiume di parole, dei "non sopporto", di cibo non proprio sano e di un po' di risate (a causa di alcuni miei racconti lo specifico), ho passato una serata a saltare su un tappetino elastico. Parecchio divertente, vi consiglio di comprarlo, è un po' ingombrante tuttavia se non avete spazio mettetelo pure in sala, farà arredamento e gli ospiti potranno usarlo mentre aspettano la cena. Credo che il tappeto elastico sia un oggetto il cui uso potrebbe risultare efficace per liberare dalle tensioni. Provare per credere. 
Ma arriviamo al vero motivo del mio post. A casa di Laura avevo portato un libro che non avevo assolutamente voglia di leggere e quindi ho attinto alla sua biblioteca personale dove ho trovato un libercolo che le avevo regalato a Natale dell'anno scorso. Trattasi di Manuale di pulizie di un monaco buddhista di Keisuke Matsumoto.
Vi premetto che considero la mia amica, insieme a sua sorella, come facenti parte di un specie ormai in via di estinzione, che ho deciso di chiamare sacerdotesse delle pulizie. Le loro case, rispetto alla mia, hanno un ordine da studio antropologico; ogni volta che giro per le loro stanze (stanze fa molto Rinascimento) invidio la sapiente organizzazione in base alla quale gli oggetti convivono tra loro in un'armonia superba. Niente si trova (e si regala) a caso e quindi ho divorato il libro in pochissimo tempo. Mentre le mie amiche-sacerdotesse sono alla ricerca dell'ordine io sono sempre alla ricerca di risposte e prego sempre di trovarle dentro i libri. Il sottotitolo del manuale riporta: Spazziamo via la polvere e le nubi dell'anima. E qui Matsumoto ha fatto centro nel mio cuore. 
Come potevo non leggerlo? 
Il libro, piccolo e molto pubblicizzato, sviluppa il tema delle pulizie e dell'igiene personale in base ad una filosofia di vita secondo cui questi tipi di attività coadiuvano i processi che ci consentono di purificare la nostra anima. 
Il nostro Matsumoto ci fornisce tutta una serie di indicazioni e suggerimenti per dedicarci nel modo giusto al riordino del focolare domestico: l'orario (la mattina presto); l'apertura delle finestre per farci entrare in contatto con le stagioni attraverso l'aria che circola; gli strumenti (come sandali, guanti, calzini, straccio, paletta etc.); le modalità per pulire camere, bagni e cucina, il cambio dell'armadio, come fare il bucato e come risolvere gli eventuali effetti indesiderati come muffe e insetti.
Un capitolo intero è invece dedicato alla pulizia degli spazi esterni ed uno alla pulizia personale chiaramente intesa come vera e propria pulizia dell'anima. E qui ce n'è per tutti i gusti: come lavarsi (e quando) il viso, i denti, l'igiene durante i pasti e come farsi tagliare i capelli.
Inutile dirvi che i precetti sono pensati principalmente per chi vive in Giappone difatti il monaco dedica numerose pagine all'interno del libro alla pulizia di alcuni spazi o oggetti che non fanno parte della nostra cultura come il Tokonoma e il Butsuma. E poi c'è un sottocapitolo dedicato alle escrezioni. Si avete letto bene, escrezioni. In queste due pagine il monaco suggerisce come ci si dovrebbe comportare in bagno al momento dell'evacuazione degli escrementi. Il monaco raccomanda compostezza e pulizia nel rispetto di coloro che useranno il bagno dopo di noi.  Insomma capite bene che con questo monaco non si scherza e che niente è lasciato al caso.
Il suggerimento che più mi ha colpito è legato al fatto che bisogna pulire in silenzio, senza distrazioni sonore per fare in modo che le nubi nella nostra anima scompaiano con più facilità. Inoltre, un'espressione che mi è piaciuta molto è Zengosaidan il cui significato è: "non pentirti di ciò che hai fatto in passato, non preoccuparti per il futuro e dedicati con tutte le tue forze a non avere mai rimpianti."
Sulla spiegazione di questo idioma si potrebbe stare una mezz'ora buona in silenzio a riflettere ma per chi non ne sente la necessità vi dico subito che il monaco lo traduce, per quello che riguarda il settore pulizie-igiene, con non rimandare a domani quello che puoi fare oggi. 
E io appena rientrata a casa ho provato a pulire secondo i suggerimenti del libro anzi mi sarei voluta anche mettere un tenugui in testa ma ho solo asciugamani colorati o a fiori e quindi ho lasciato perdere.
Credo che la pulizia della casa non sia così strettamente funzionale alla pulizia dell'anima anzi forse ti fa vedere più nubi di quelle che t'immagini. Ma il focolare domestico è in ordine e questo può essere un motivo per essere soddisfatti del proprio lavoro.
Insomma se vi capita leggetevi questo manuale, è divertente e utile. Certe volte anche solo l'idea di fare ordine è un incoraggiamento che può far stare meglio.

La settimana si è conclusa con una bella cena a casa mia dove un'invitata, la mezza maga della moda, mi ha portato un regalo inaspettato ma molto gradito ovvero il dvd del film di Tom Ford A single man. Lo guarderò anche in questo caso con la speranza di trovare risposte ad alcune delle domande che mi pongo.
Vi saluto con una frase che rende un po' l'idea dei tempi che corrono:

ZENGOSAIDAN a tutti!

giovedì 9 gennaio 2014

Spiegami perchè sei felice



Ieri pomeriggio, dopo una giornata dove ho messo in campo tutte le mie energie propositive nei confronti del mondo in generale e dopo aver applicato tutte quelle norme di gentilezza ed educazione sconosciute ai più, mi sono imbattuta su una articolo dell'inserto del Corriere della Sera intitolato: Spiegami perchè sei felice.

Sono tempi difficili, ammettiamolo e trascurare la lettura di un articolo con un titolo così efficace mi è stato impossibile. Dunque l'articolo, scritto da Federica Colonna che non so chi sia, parla di un progetto ideato da tale Mandy Rose chiamato The «Are You Happy?» Project. Questa tipa ha deciso di indagare le ragioni della felicità umana raccogliendo, in una sorta di video-viaggio collaborativo (così è scritto e così lo cito), interviste di uomini sparsi per il mondo dall'Argentina alla Mongolia a cui ha chiesto le motivazioni della propria felicità. Le risposte sono state varie, legate soprattutto al lavoro, alla famiglia, a Dio, all'amore, al benessere economico, all'indipendenza, all'attaccamento con un'idea di vissuto basata sul rapporto con la propria terra. Ora quello che mi ha colpito, oltre al titolo dell'articolo decisamente accattivante, soprattutto alla luce degli avvenimenti personali e amicali degli ultimi giorni, è un paragrafo dove in parte è citata l'opinione di Dan Gilbert (sarà mica parente della Gilbert di Mangia Prega Ama?), psicologo e insegnante alla Harvard University:

"Gli esseri umani hanno qualcosa che potremmo definire un sistema immunitario psicologico. Un insieme di processi cognitivi non consapevoli che li aiutano a cambiare la loro visione del mondo affinchè possano sentirsi meglio proprio nella realtà in cui si trovano. Esistono quindi due tipi di felicità: una naturale, legata all'ottenimento di ciò che vogliamo, e una sintetica. Prodotta cioè dalla nostra mente per farci sentire soddisfatti così come siamo."


Mi piace molto l'idea di cambiare la visione del mondo perchè questo è un po' la filosofia con cui cerco tutti i giorni di interagire con gli altri e soprattutto con me stessa. E proprio in questi ultimi anni devo ringraziare i miei processi cognitivi che si attivano ogni volta (ma con tempi diversi) per affrontare i cambiamenti o le difficoltà.

Non credo molto invece alla felicità sintetica perchè sono convinta che poche persone oggi siano soddisfatte così come sono ed inoltre non penso che questo sistema immunitario psicologico che ci "difende" dagli imprevisti funzioni a dovere. Alla fine, se faccio un rapido sondaggio, la maggior parte delle persone per un motivo o per un altro non sono soddisfatte della vita che conducono e alcune volte non sono felici di ciò che hanno. Quindi caro Gilbert la tua teoria si confà a pochi eletti.

Interessante inoltre è la frase riportata da un rastafariano nella video-intervista: "La vera felicità viene da dentro. Se la cerchi nel mondo troverai solo una grande illusione."

Ahhh tasto dolente, dolentissimo! Faccio fatica ad ammetterlo ma non è attraverso gli altri che passa la felicità di ognuno di noi. Il problema è sapere come si fa a trovarla dentro. Ecco io a questo non ci sono ancora arrivata. E poi mi chiedo: se cerchiamo la felicità attraverso l'amore o le soddisfazioni professionali queste non presuppongono comunque un'interazione con l'altro? Oppure, più semplicemente (e più difficilmente) dobbiamo davvero cercare di coltivare la felicità senza aggrapparci all'esterno? Per me questa rimane davvero una questione aperta.

Comunque penso di potermi tranquillamente inserire in quella categoria di persone che sono felici tutte le volte che dimostrano una loro capacità. Questi scienziati (e qui il termine scienziato è usato nella sua accezione seria) lo chiamano effetto Ikea: montate un mobile e sarete felici. Io invece dei mobili dell'Ikea in questo periodo sto usando la cucina (lo posso chiamare effetto Masterchef?) e devo ammettere che quando una ricetta mi riesce sono molto felice. Poi ho anche l'effetto educazione che mi dà grandi soddisfazioni ma scarsi risultati concreti. Ma questa è un'altra storia.

Insomma capite che la chiave della felicità non la trovate nel video-viaggio o nell'articolo della Colonna (anche se io ci ho sperato) e che il suo raggiungimento non è un traguardo facilmente raggiungibile. La maggior parte delle volte scambiamo la felicità per l'infelicità, la serenità con la stabilità, il facile con il difficile e in questi casi dove sono i processi cognitivi che ci dovrebbero proteggere? Spariti, dileguati.


Concludo questo post, visto che mi hanno consigliato di essere propositiva, con una parte di un discorso tenuto da George Saunders, geofisico, agli studenti laureati della Syracuse University nel 2013:





"Ed eccovi dunque un consiglio veloce, per congedarmi al termine di questo discorso: dato che secondo la mia opinione la vostra vita sarà un viaggio che vi porterà ad essere più gentili e più amorevoli, sbrigatevi. Fate presto. Iniziate subito. In ciascuno di noi c’è un equivoco di fondo, un vero malessere in verità. Si tratta dell’egoismo. Ma la cura esiste. Siate quindi gentili e proattivi e addirittura in un certo senso i pazienti di voi stessi – cercate le medicine più efficaci contro l’egoismo, cercatele con tutte le vostre energie, per tutto il resto della vostra vita.

Fate tutte le altre cose, quelle ambiziose – viaggiare, diventare ricchi, acquistare fama, essere innovativi, essere leader, innamorarsi, fare fortuna e perderla, nuotare nudi nei fiumi in mezzo alla giungla ma qualsiasi cosa farete, nella misura del possibile eccedete in gentilezza. Fate ciò che vi può indirizzare verso le risposte a quelle grandi domande, cercando di tenervi alla larga dalle cose che possono sminuirvi e rendervi banali. Quella luminosa parte di voi che esiste al di là della vostra personalità – la vostra anima, se credete – è tanto luminosa e brillante quanto nessun’altra. Luminosa come quella di Shakespeare, luminosa come quella di Gandhi, luminosa come quella di Madre Teresa. Sbarazzatevi di tutto ciò che vi può tenere lontani da quella luminosità nascosta. Credete nella sua esistenza, cercate di conoscerla meglio, coltivatela, condividetene incessantemente i frutti."


Parole sante non trovate?

martedì 3 dicembre 2013

I dipendenti e Mr. Facebook



Ieri sera mi è capitato tra le mani Vanity Fair ed ho letto con molto interesse un articolo dedicato a Mark Zuckerberg, l'inventore di quella trappola infernale che ci costringe a stare sempre a guardare la vita degli altri e a promuovere la nostra: Facebook.
L'articolo racconta di come è organizzato il lavoro in quel piccolo ecostistema che è la sua sede a Menlo Park. Sono americani e creativi quindi l'aspetto professionale e ludico vanno a braccetto: tavoli da ping-pong; motti scritti sulle pareti dell'azienda, trenta giorni di ferie pagate all'anno, gelaterie, parchi e pure un'officina per la riparazione delle biciclette. Eh si, Mr. Facebook, vestito sciatto, incoraggia l'uso delle due ruote perchè sostiene l'ecologia.
Comunque al di là di questi aspetti che fanno morire di invidia chiunque ha un lavoro e anche chi non ce l'ha o è precario e quindi sempre in attesa che qualcosa accada, ciò che mi ha colpito è un discorso che Zuckerberg fa ai suoi dipendenti: "Studiate duro, imparate a conoscere a fondo la persona che vi sta a fianco. Scegliete sempre la strada più difficile e ricordate che siete la generazione con più potere al mondo. L'educazione è la base indispensabile per prepararvi alla conquista del mondo." Ah bello. Mi piace. Ma quanto queste frasi sono lontane dal sistema Italia.

Punto primo: Studiate duro. Si, ci sono persone che studiano tanto (lauree, scuole di specializzazione, master, dottorati) ma con scarsi risultati viste le raccomandazioni e la mancanza di capacità dei capi di riconoscere e coltivare potenzialità altrui. Poi c'è un altro aspetto ovvero che possiamo studiare all'infinito ma senza le esperienze lavorative non riusciamo mai a crescere professionalmente.

Punto secondo: Imparate a conoscere a fondo la persona che vi sta a fianco. Questa frase è un punto cruciale e difficile. Nei rapporti professionali per quanto ognuno di noi si sforzi di cercare di conoscere colleghi, capi, collaboratori ci troviamo sempre dentro ad una giungla di insidie dove competitività, invidie e raccomandazioni (ancora quelle) minano continuamente la serenità personale e la buona riuscita di un lavoro di gruppo.

Punto terzo: Scegliete sempre la strada più difficile. Ah bellissimo. Questa frase mi gasa parecchio e credo che, insieme a "usa bene la tua libertà" di Jonathan Franzen, andrebbe riportata a lettere cubitali all'entrata di ogni facoltà universitaria. Tuttavia la scelta di una strada difficile, se non è dettata da una grande ambizione e da un forte spirito motivazionale, non vale neanche la pena di essere intrapresa. Poi ci vuole anche una certo equilibrio che non ti faccia mai mollare neanche nei momenti di difficoltà quando senti che non ce la puoi fare, che non sei all'altezza, quando ti fai prendere dall'ansia, quando insomma ti chiedi se stai facendo la cosa giusta. La verità, banale ma concreta, è che non si deve mai lasciare il passo a queste insicurezze e non perdere di vista l'obiettivo.

Punto quarto: Ricordate che siete la generazione con più potere al mondo. Affascinante ma poco plausibile in quest'Italia di baroni e di persone sulla sessantina (la maggior parte in pensione) che ricoprono ruoli di rilievo grazie a cognomi altisonanti o amicizie politiche. Io non so come funziona in America ma qui, nella nostra bella penisola italiana, la considerazione data ai giovani, seppur preparati, è pari a zero. Non c'è spazio per ragazzi rampanti con obiettivi e ambizioni se ancora i posti di potere vengono ricoperti da individui con scarse competenze poco inclini all'ascolto e alle ventate di novità che può portare una voce giovane (e forse più esperta). Si perchè il secondo problema è proprio quello. 

Punto quinto: L'educazione è la base indispensabile per prepararvi alla conquista del mondo. Su questo Mark ha perfettamente ragione. L'educazione è alla base di ogni rapporto sociale, educazione purtroppo assente soprattutto tra gli adulti. Ho conosciuto datori di lavoro sempre in guerra, con l'elmetto in testa, che non hanno mai assimilato il concetto di educazione. Ho visto persone scannarsi per inerzie, per prese di posizione, solo per il gusto di mantenere il punto creando purtroppo scontento e confusione e, quel che è peggio, compromettendo la buona riuscita di un lavoro. Ora in un ambiente così la tua educazione è veramente una goccia in mezzo al mare. Comunque per chi vuole intraprendere una carriera con un briciolo di ambizione deve mettere in conto che l'educazione è un aspetto fondamentale per la riuscita di una buona politica sociale di collaborazione. Più sei educato e più hai margine di piacere agli altri soprattutto se non ti conoscono. Quindi fai dell'educazione il tuo biglietto da visita. Poi se lo dice Mark lo sciatto io mi fido.

L'articolo si conclude con il racconto di un episodio riguardante una riunione in cui uno stagista ha preso la parola per dare un suggerimento. Mr. Facebook ha preso appunti perchè gli è sembrata una cosa interessante. Zuckerberg ascolta anche lo stagista, tutti partecipano ai suoi incontri in modo democratico. Pensate quanti anni luce noi siamo lontani da questa tipologia di comunicazione. Mi è capitato di lavorare con persone che hanno basato il loro rapporto professionale sulla sfiducia e sull'ambiguità. Quando non ti fidi del dipendente, vuol dire che non ti fidi neanche di te stesso. Quando non vedi il dipendente come una risorsa e non la sfrutti per questo tanto vale che lo licenzi. Devo dire che tuttavia ambienti lavorativamente difficili in parte di formano. Si perchè a volte ti mostrano, e qui cito una cara amica, tutto quello che non deve essere fatto. Poi si impara. Sempre. Io forse ho imparato molto da capi 'difficili' ma ho imparato molto di più da persone che mi hanno dato fiducia e che hanno visto in me una risorsa, incoraggiando i miei entusiasmi e ascoltando le mie idee.

Allora questo Mark ci ha visto giusto. Per tanti motivi. E credo che non sia stato uno stinco di santo nel passato però forse ora si vuole redimere. Noi intanto continuiamo ad affogare nella galassia delle raccomandazioni, dei baronati, della burocrazia dove i giovani devono pregare per avere una chance.
Ma anche questa è l'Italia. Purtroppo.